Fanculo ai francesi

Amor non muore in settimane e ore
ma vive fino al giudizio universale;
Se questo è un errore e mi sarà provato,
Io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato.

Quanto dura un sentimento? Un secondo? Una vita? Cinquantasette anni(*)?
L’impareggiabile Charles Bukowski ebbe a dire che “L’amore è una nebbiolina che ai primi bagliori della realtà svanisce”, e chi siamo noi per contraddirlo?

Di certo non siamo Marc Marronier che afferma, bellamente, che l’amore dura tre anni: non di più, non di meno.
E la durata non è scelta a caso: tanto è bastato a far naufragare il suo matrimonio.
E a trent’anni si ritrova single. Ora: perché si lamenta? Dopotutto chi non vorrebbe esser circondato da belle ragazze che gliela danno abbastanza facilmente? A meno di non essere una femmina etero o un maschio omosessuale, il resto del globo vorrebbe trovarsi nei suoi panni: giovane, desiderato, e abbastanza facoltoso.

Ma lui no, lui, Marc Marronier; a parte scrivere un libro sulla sua esperienza coniugale il cui titolo è, stranamente, “L’amore dura tre anni”; si innamora perdutamente della bella Alice, moglie del cugino Antoine.

Un misogino che si innamora di una ragazza bella ed intelligente? L’ingrediente perfetto per una commedia scoppiettante e piena di vitalità, ben fotografata, con dialoghi veloci (quando i “tres amigos” Marc, Perre e Jean-George commentano come possono avercela rasata le passanti è la perfetta macchietta del maschilismo di strada), situazioni surreali (i matrimoni che si susseguono nel film: prima Pierre con Kathy e poi Jean-George con… no, questo non ve lo dico, ambedue con Marc come testimone).

Una pellicola intelligente, veloce, divertente, che miscela sapientemente il Truffaut di Dionel a una dose di Lelouch, girato da un regista che di mestiere fa l’autore di libri (e quale se non “L’amore dura tre anni”?) e tanto altro ancora. Una commedia garbata ed intelligente, che miscela sapientemente amore e misoginia, che contrappone Shakespeare a Bukowski, che fa ridere di gusto anche le rare volte che diventa volgare. Perché anche certe situazioni sono costruite ad arte: il brutto anatroccolo che si trasforma in cigno.

Affiancate a tutto questo una colonna sonora fantastica che spazia dalla disco ai canti tradizionali thailandesi, dal maestoso Nat King Kole al grande Michel Legrand passando per un buon Elton John. O scene leggiadre di episodi tristi come il funerale di Nicole, la nonna materna di Marc; o geniali come il divorzio di Marc. Il tutto tacendo della bravura degli attori, forse con l’eccezione di Gaspard Proust (Marc Marronier), che pare una versione transalpina del nostro De Luigi, finto attore e cabarettista incapace di cui ho una pessima opinione.

(*) durata non scelta a caso. La risposta la potete trovare solo guardando il film.

post scriptum: recensione scritta da un libertino impenitente ma non misogino e/o maschilista.

post scriptum 2: a chi, come me la prima volta che ne sentii parlare, pensa a una specie di “Tre metri sopra il cielo” transalpino, vorrei far notare che in Francia la carta igienica non la si compra in libreria.

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