L’oligarchia prossima ventura

A Piazza Pulita del 10 giugno un’ospite, Elisabetta Gualmini, ha detto, in mezzo ad altre discettazioni variamente condivisibili, che “dovremo abituarci ad elezioni all’americana, con sempre meno elettori”.

E no, cara mia, se permetti abituatici tu, che io vorrei vedere i seggi pieni, le schede con la X sul simbolo del MoVimento 5 Stelle e gli italiani ubriachi di felicità.
Tra l’altro “metà votano e metà stanno a guardare” un par de ciufoli!
In primis alle amministrative l’astensione media nazionale è andata oltre il 50%
E fin qui, suvvia, poteva andar peggio, no?
Ma vediamo, tu che voi far l’americana, qualche peculiarità sulle loro elezioni presidenziali:
1) si vota di martedì, ed è così dal 1845. Tradizione. Ai tempi poteva andare bene (dopotutto il diritto di voto non era affatto universale); ma ora, tra Internet, highway, aerei e quant’altro è (Fantozzi mode on) una cazzata mostruosa.
Il martedì, giorno palesemente lavorativo, si può recare a votare o chi un lavoro l’ha perso o non ancora trovato oppure, più facilmente, gente che ha così tanti soldi da doversene fregare di lavorare.
2) non vince chi prende più voti popolari ma chi si aggiudica il maggior numero di “Grandi Elettori” (ps.: un Grande Elettore non è obbligato a votare per il proprio candidato), pertanto può vincere anche il candidato che ha preso meno voti popolari ma più Grandi Elettori. L’ultimo caso fu eclatante: presidenziali 2000, G.W. Bush ws Al Gore. Il rampollo texano prese indicativamente 500.000 voti popolari in meno del suo avversario, ma conquistò la maggioranza dei Grandi Elettori (271)
3) 1, 2, X: è come giocare alla schedina. Può vincere il candidato democratico, può vincere il candidato repubblicano ma, udite udite, ci può essere il pareggio!
In quel caso il presidente è scelto dalla Camera, mentre il Senato sceglie il vicepresidente.
Per assurdo, in caso di pareggio, ci potrebbe essere uno staff presidenziale bipartisan, visto che non sempre i due rami del Congresso hanno la stessa maggioranza.
4) Le elezioni sono decise da uno sparuto numero di Stati, e non sempre sono quelli che danno il maggior numero di Grandi Elettori. Questo è dovuto al fatto che esistono “Stati blindati” (a sicura maggioranza democratica o repubblicana): Georgia e Texas, per esempio, sono due feudi del Grand Old Party; mentre California e New York sono feudi dell’asinello. Esistono ovviamente altri partiti (Verdi, Libertario, della Costituzione, eccetera), ma raccolgono briciole elettorali.
Pertanto la campagna elettorale si concentra totalmente, o quasi, sui cosiddetti swing states, ovvero quegli stati della Federazione ancora (molto spesso perennemente) in bilico. Una specie di “ago della bilancia” a stelle e striscie.
swing
Per guardare la percentuale media dei votanti cito un’analisi dell’Aspen Institute, di cui non mi si può certo accusare di esser membro:

Quanti cittadini voteranno alle ormai imminenti elezioni negli Stati Uniti? Non è difficile fare una previsione di massima, sulla base del passato immediato. Secondo le stime del US Census Bureau, alle elezioni presidenziali di quattro anni fa andò alle urne il 63,6% dei potenziali aventi diritto al voto, una percentuale coerente con quella della tornata presidenziale precedente, nel 2004, e un poco superiore a quella del 2000 e del 1996 quando, in entrambi i casi, non arrivava a toccare il 60%. Questo è anche l’ordine di grandezza che è lecito aspettarsi il prossimo 6 novembre. (Alcuni sondaggi sembrano predire un qualche calo, soprattutto fra i giovani, ma vedremo.)Si tratta, come è noto, di uno dei tassi di affluenza alle urne più bassi fra tutte le democrazie occidentali, anche se in tutte sembra manifestarsi una tendenza generale alla diminuzione dell’elettorato attivo dello stesso tipo. Periodicamente qualche osservatore lancia un allarme preoccupato, soprattutto tenendo conto che le elezioni presidenziali sono le più partecipate in assoluto; alle elezioni congressuali di medio termine il tasso scende intorno al 45%. Un editoriale del New York Times del novembre del 1988, ormai un quarto di secolo fa, si chiedeva già nel titolo se il governo del paese non fosse diventato un “Government of (Half) the People”.

(poi, vabbè, spara una serie di vaccate socio-politologiche che non son degne della benché minima attenzione. La teoria di Seymour Martin Lipset sulla “politica della felicità” (chi è felice non vota) è stata ampiamente sbugiardata da personaggi più illustri di me (un contraltare all’articolo dell’Aspen è questo, mentre un’altra lettura interessante è questo breve saggio di Fisichella e Sani)
Ma se, dopotutto, viene considerata democrazia anche l’Iran solo perché si può votare il Presidente della Repubblica allora siamo a cavallo: a quando il Papa Re così la facciamo finita con questa pantomima?
Il calo degli elettori è endemico? Ni.
Lo dico da ex che è stato per quasi due decenni senza scegliere, e per un semplice motivo: non sono abituato a dover valutare tra vari tipo di… come dirlo?… merda.
Se non ci fosse stato il MoVimento 5 Stelle, che ha fatto riaccendere in me la sacra fiamma della passione come se fossi uno sbarbatello appena maggiorenne, anche quest’anno avrei disertato le urne.
Con la conseguenza che più persone non ci andranno più si passerà dalla democrazia alla dittatura della minoranza: la nuova oligarchia elettorale.
Ed alla signora Gualmini dedico una canzone: