Impara l’arte e non esercitarla mai più

Ma quello che capisci in fretta è che non è altro che un contorto artificio

Esistono diversi tipi di film: ci sono quelli belli e quelli brutti, quelli che fanno ridere e quelli che fanno piangere, quelli girati per far riflettere e quelli di puro intrattenimento.

Tutte categorie estremamente degne, all’interno delle quali ci sono pellicole che, in un modo o nell’altro, hanno fatto la storia del cinema.

Tra queste (ed altre) ce n’è una che non sopporto: sono i film autocompiacenti, tronfi, boriosi, fatti solo per esaltare l’ego smisurato di registi mediamente incapaci. Stanno all’arte tanto quanto le fotografie mal composte. O, peggio ancora, le foto pura tecnica e zero sentimento.

Se a questo ci unite una penosa traduzione del titolo originale – Eternal Sunshine of the Spotless Mind – ecco che siamo davanti a un baratro. Ma il lato comico è che non riesco a ben identificare il vero autore della disastrosa pellicola magistralmente interpretata da Jim Carrey e Kate Winlet. Sarà il regista Michel Gondry o lo sceneggiatrore Charlie Kaufman?

Beh, tirare in ballo entrambi pare compito facile, ma la stampella più zoppicante del film è la storia, la trama. In una parola: la sceneggiatura. Puoi essere considerato il migliore del mondo, ma nel momento stesso in cui scrivi un plot che non sta né in cielo e neppure in terra, che ha una linea narrativa che un bambino di cinque anni riuscirebbe a sviluppare meglio, beh, caro mio, hai toppato.

L’idea di base di questo film fantastico (non è ne una commedia e neppure un film drammatico: qui non si ride e neppure si piange. Piuttosto ci si gratta la pancia, o la testa, chiedendosi se sia il modo migliore per sprecare il proprio tempo quando l’asfissia autoerotica potrebbe dare maggiori soddisfazioni) è carina, ma ha un vizio di fondo: è sviluppata non male bensì peggio.

Le contraddizioni all’interno della narrazione sono tali e tante che già mi immagino i divinatori di San Charlie Kaufman darmi dell’incompetente, che le contraddizioni fanno parte dell’espediente narrativo (sì, quale?), che dovrei vedere determinate pellicole (e lì citerebbero “Essere John Malkovich” e “Il ladro di orchidee”: ammetto candidamente che la seconda mi manca), e che non capisco l’Arte (i discepoli mettono sempre la maiuscola, è un topos).

Ho letto diverse sceneggiature, alcune scritte dai più grandi del mondo (a cui Kaufman non è degno di esser accostato), ed hanno una cosa in comune: una linea narrativa comprensibile. Non importa se il film è divertente o noioso, bello o brutto, impegnato o facile: sempre, in ogni caso, sarà comprensibile da tutti.

E se questo non succede è perché lo sceneggiatore ha pensato più ad appagare il proprio ego che a farsi capire dagli spettatori, a parte i suoi osannanti discepoli.

Film povero tra i film poveri, in certi momenti visivamente appagante, con alcune idee geniali e attori di una bravura incredibile – oltre ai summenzionati protagonisti anche l’incorporeo Elijah Wood, Mark Ruffalo Kirsten Dunst e Tom Wilkinson. Purtroppo le note positive si fermano qui. Da vedere se siete patiti dell’estetica fine a se stessa, della non narrazione e dell’assurdo.
Noi razionalisti torneremo nel nostro nido lasciando a chi dovere la sagra della vanità, dell’incongruo e dell’assurdo.

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