Cambiare o morire

Ma, anche, morire cambiando.
Su La Stampa di lunedì è apparso un articolo di Luca Ricolfi, fine commentatore, sull’inutilità di parlar di politica, società ed economia in Italia.
E interessante è la chiosa all’articolo:

Ecco perché dico che questo è un Paese immobile, come congelato. Un grande freddo sembra avvolgere tutto e tutti. Nemmeno lontano dalle elezioni si ha il coraggio di parlare delle cose da cui dipende il nostro futuro, e in fondo anche l’opinione pubblica si diverte ad assistere ai combattimenti di galli che, ogni sera, ci offrono i vari Floris, Santoro e Vespa. Questa, in fondo, è l’unica vera attenuante dei nostri politici: se sono quello che sono è anche perché noi facciamo ben poco per cambiarli.E così, rieccomi a scrivere. Ad aggiungere, anch’io, parole. Forse perché la speranza è l’ultima a morire. O forse perché anch’io, come tutti, non sono capace di cambiare.

Ma il nostro fa un errore di fondo, asserendo
Eppure, come molto giustamente ha notato Franco Bruni qualche tempo fa su questo giornale, il vero problema dell’Italia, quello che rende pericolose eventuali elezioni anticipate, è che non si vede all’orizzonte nessuna nuova offerta politica, nessuna volontà di prendere congedo da quella che potremmo chiamare la «colonna sonora» della seconda Repubblica: un impasto di slogan, di formule, di siparietti e di riti che hanno completamente congelato il Paese. 
A questa frase fa seguito un’analisi della cultura politica che è si interessante da leggere, ma che prevede la solita, monotona e stantia dicotomia centrodestra (quale?) versus centrosinistra (dove?).
Questo è un errore di fondo che trovo imperdonabile, perché non considera, forse per miopia politica o forse per incapacità a comprenderne le dinamiche, il MoVimento 5 Stelle.
Che, per l’amor di Dio, e le recenti polemiche tra Grillo e gli eletti, o il Fatto Quotidiano, lo stanno a dimostrare, sia tutto rose e fiori.
Però, caro Ricolfi, è l’ultima ancora di salvezza che rimane all’Italia, e il non vederlo significa o essere ciechi o prigionieri di logiche politiche (e sociali ed economiche) classicheggianti ed ormai destinate a una lenta agonia che le accompagnerà verso il nulla da cui sono venute.