L’irresistibile pesantezza della vita

Null’altro siamo che non parte del gioco,

muoviamo su una scacchiera di giorni e notti;

ad ogni mossa un pezzo cade preso,

la partita continua mentre noi veniamo riposti.

 

Pollo alle prugne è una leggiadra, pedante, volubile fiaba sul quanto sia difficile vivere, per gli artisti, in un mondo che bada solo alla voluttuarietà del quotidiano e del materialismo. Sospeso a metà tra il narcisismo compiacente e un ben radicato complesso di Peter Pan, Nasser Alì, di professione violinista disoccupato incapace, nella Teheran del 1958 (i tempi di Khomeini sono, pertanto, molto ben lontani), di pensare alla sua famiglia: una moglie che non ha mai amato e due creature di cui non gli interessa nulla.

La vita, per lui, ha un solo significato: suonare, suonare, suonare ed ancora suonare il suo violino. Ma quando la moglie, in uno scatto d’ira, glielo rompe irrimediabilmente, ecco che qualcosa in lui si spezza per sempre. A nulla valgono i tentativi di cercarne un sostituto nelle migliori botteghe cittadine o in oscuri sgabuzzini lontani: sono meri palliativi il cui suono è sì quello di un violino, ma non del suo.

Perché il suo violino è speciale. No, non è uno Stradivari, non è fatto con legni speciali da qualche sconosciuto ma bravissimo liutaio e, no, non ha magici poteri incanalategli da qualche oscuro stregone di terre lontane. Nulla di tutto questo: il suo violino è speciale perché gli è stato donato dal suo maestro che, a sua volta, l’aveva ricevuto dal suo. Uno strumento per pochi eletti: per chi, come Nasser Ali, è riuscito finalmente a catturare con la musica il soffio della vita: l’amore per la bella Irane. In pratica quel violino rotto è l’essenza stessa di Nasser Ali, la sua anima.

E rotto il violino, che può desiderare il suo proprietario se non morire? Otto giorni egli si dà per trapassar da questa ad altra vita. Otto giorni su cui si dipana la trama del film, otto giorni durante i quali la coppia Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud ci raccontano nascita, vita e miracoli di Nasser Ali.

Film sospeso tra fiaba e narrazione felliniana, con la ricerca estetica dell’inquadratura atta a stupire lo spettatore, un sogno che lentamente si tramuta in incubo anche se tale è sempre stato. Film anche politico – come non dimenticare la figura di Azrael fratello di Nasser e suo contraltare ed opposto nella vita – nel quale la Satrapi non esita a puntare il dito contro gli Stati Uniti che vollero ad ogni costo il colpo di stato del 1953, che portò lo Scià al potere assoluto.

Un film apparentemente facile, ma che ci lascia un’amara conclusione: quando tutto intorno ci crolla addosso l’unica soluzione non è la fuga ma il gesto estremo, che ci dona finalmente quella pace che vanamente abbiamo cercato in questa terra, in un’eterna sospensione onirica dei sensi.

(citazione tratta da: Omar Khayam – Sedici quartine, nell’interpretazione di Antonio Papaleo. Testo integrale qui)

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