La faccia oscura degli States

Michael Moore: se non ci fosse bisognerebbe inventarlo. L’hanno definito in molti modi: “commie”, populista, demagogo.

Se sia comunista o meno non lo so e non credo che a nessuno interessi sapere quali sono le sue idee politiche.

Demagogo? No, per nulla, lo è di più la macchina propagandistica di W che portò alla guerra, inutile ed assurda, con l’Iraq, consegnando di fatto le chiavi di questa nazione ad Al Qaeda.

Populista? Sì, certamente, nella stessa misura in cui lo sono altri personaggi scomodi: gente di popolo e che ad esso si rivolge.

Moore nasce, cinematograficamente parlando, proprio con questo documentario. È una pellicola triste, permeata di un profondo senso di pessimismo che fa da contraltare all’inutile e sperperante ottimismo dei maggiorenti della città: le scene sullo Hyatt Hotel e la fiera sono qualcosa di unico a livello documentaristico.

La pellicola narra dell’inizio del declino di Flint, Michigan: la città dov’è nata la General Motors e che, quando questa ha deciso di delocalizzare in Messico la produzione, ha iniziato un lento ma inesorabile declino, tanto da divenire la città degli States dove è meglio non vivere. Chissà se a Marchionne stanno fischiando le orecchie…

Ma chi è Roger? Semplice: il presidente (chairman) della General Motors Roger B. Smith (chissà come mai tutti i peggiori uomini della storia hanno un secondo nome che abbreviano con la lettera iniziale) che il nostro eroe tenta invano, per tre anni, di portare a Flint.

Ma Roger è un mero pretesto per narrare la faccia oscura degli Stati Uniti, dove il capitalismo ed il dio dollaro hanno la meglio sulla dignità delle persone.
Le scene durante le quali l’agente (deputy, tradotto con “delegato”) Fred sfratta la gente da casa sono il contraltare ad un mondo vacuo fatto di lustrini, paillettes, celebrità ed un rilancio turistico che passò velocemente da sogno ad incubo.
Pertanto Roger non è solo metafora della decadenza di Flint ma è anche pretesto narrativo del passaggio, nel capitalismo statunitense, dai tycoon di un tempo come Henry Ford ai moderni manager senza alcun tipo di coscienza sociale e civica, tutto in nome del profitto degli azionisti.

Solo uno nato a Flint poteva fare un documentario del genere: potente, pessimista, diverso e disperato. E sicuramente da vedere.

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