The street of Philadelphia

Io son l’amore, io son l’amor, l’amor”
E l’angelo si accosta, bacia,
e vi bacia la morte!
Corpo di moribonda e il corpo mio.
Prendilo dunque.
Io son già morta cosa!

Philadelphia, ovvero: “me lo spieghi come se fossi un bambino di sei anni”.
Rileggere a distanza d’anni un film così carico di significati, così legato ad un periodo storico ben preciso, è impresa non facile.
Ma se c’è chi scala le più alte vette del globo, che può essere scrivere su un film di cui si è già detto tutto? Una passeggiata in collina. Anzi, in pianura.

Film classico in ogni suo componente: dalla regia, affidata all’ottimo Jonathan Demme; alla sceneggiatura del bravissimo Ron Nyswater; per finire all’interpretazione dei due grandissimi su cui poggia gran parte della riuscita del film: Tom Hawks e Denzel Washington.

Film di denuncia sociale girato in un’epoca di grandi speranze poi deluse, quella di Bill Clinton, che tratta una tematica che, purtroppo, è progressivamente sparita non solo dagli schermi ma anche dal dibattito quotidiano: l’AIDS. Malattia tremenda, che colpisce indistintamente tutti: omo ed eterosessuali, bianchi e neri, credenti ed atei.
Un silenzio farisaico, visto che, lentamente, il male si è progressivamente spostato dall’Occidente all’Africa, dove miete ancora oggi migliaia di vittime, ma visto che non ci tocca più da vicino “who care”?

Film perfetto per due grandi attori. Il primo, Tom Hawks, che brillò per un decennio prima di scomparire nell’oblio di pellicole e ruoli di secondo o terzo piano, interpreta l’avvocato Beckett, omosessuale e malato di AIDS. Il secondo, Denzel Washington (che ebbe lo stesso destino professionale del primo), è il suo contraltare: eterosessuale e fiero di esserlo, con una vena di bigottismo latente facilmente presente nella scomparsa middle class americana, ma che diventa lentamente non solo l’ancora di salvezza giuridica di Beckett ma anche, col tempo, suo amico.

Alcuni lampi di genio del film; come Beckett che ascolta il quarto atto dell’Andrea Chenier di Giordano nella splendida interpretazione di Maria Callas, la festa omosessuale organizzata da Andrew Beckett e Miguel Alvarez (interpretato da Antonio Banderas), una colonna sonora che miscela sapientemente classico (Mozart, Cilea, Catalani, Spontini) e moderno (Bruce Sprengsteen in “Street of Philadelphia”, Neil Young, Peter Gabriel); lo portano da pellicola legata ad un’era a film senza tempo: un film da vedere per capire un periodo e i pensieri che attraversavano le teste di coloro che si trovarono a vivere con una malattia di cui si sapeva poco, molto poco, se non della sua fatale conclusione.
E se non volete vederlo spiegatemene il motivo. E fatelo come se avessi sei anni.

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