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L’inquinamento che se non lo vedi c’è comunque

Molte persone affermano, facendo affidamento solo ed esclusivamente sui loro sensi, che il mare intorno e nelle vicinanze delle trivelle; siano esse in Adriatico, nello Jonio o nel mar di Sicilia poco importa; sia pulitissimo e, felici e contenti, ci sguazzano come un pesce baleno.
Siamo così sicuri che quei mari siano così scevri da inquinamento, diretto ed indiretto, causato dalle trivellazioni, in gran parte metanifere, nelle acque nazionali?
Partiremo dai dati forniti dall’ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) per arrivare, attraverso la lettura di diverse interessanti testimonianze, ad una conclusione.
Ma prima una piccola divagazione storica:
Quando si passò dalla benzina rossa (inquinamento da piombo, dato da macroparticelle facilmente fermabili anche dalla cute umana) a quella cosiddetta benzina verde, che piaceva molto ai petrolieri nostrani, ai finti verdi ed ai sinistroidi beoti ed ignoranti (inquinamento da particolato o nanoparticelle, impossibili da vedere e, soprattutto, da fermare), si passò da un tipo di inquinamento visibile, facilmente prevedibile e facile da fermare a uno che non vediamo, e non può essere fermato da nessun materiale di cui abbia canoscenza l’umano ingegno.
Pertanto siamo passati da un inquinamento pericoloso ma fermabile a uno ancor più pericoloso, più mortale, e impossibile da fermare.

Parlare di (n)Euro 0, 1, 2, 3… 999*467 non cambia un dato di fatto: il particolato da polveri sottili – PM10 o inferiori (che si unisce a tutti gli altri particolati) è pericolosissimo per gli esseri umani.
Soglie o non soglie.
Un consiglio è: mai fidarsi solo ed esclusivamente dei propri sensi.
Uno dei più pericolosi e mortali veleni per l’uomo, la diossina, è inodore e incolore.
Non la vedi, non la senti, semplicemente muori.
Ed ora diamo lettura ai dati ISPRA con il commento (di parte, come negarlo?) di Greenpeace:
(nota bene: il dicastero diretto dal ministro Galletti ha fornito solo i dati del periodo 2012- 2014, e solo su 34 trivelle su 130. A pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca, come amava dire tal Giulio Andreotti)

Letto? Non ancora convinti? “Ho ingurgitato di peggio”? “non ci ho capito nulla?” (spiegazione del report per persone pigre)
Andiamo avanti, dopo un breve break pubblicitario:
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Interessante quanto si legge nella seconda metà dell’articolo “Trivelle: cosa dice la scienza?” del sito “oggiscienza”:

Rischio ambientale

Ma qual è l’impatto delle attività estrattive sull’ambiente e la biodiversità marina? Canyon sottomarini, emissioni di fluidi, rilievi nei fondali, formano habitat e condizioni ambientali particolari e generano condizioni favorevoli allo sviluppo e al mantenimento di una grande biodiversità. È importante dunque domandarsi quanto l’alterazione di tali luoghi, in seguito all’attività antropica, possa influire sull’equilibrio ecologico e ambientale.

Ecco il tema che sta al centro dell’ultimo rapporto di Greenpeace “Trivelle fuorilegge”, che raccoglie e rilegge criticamente i dati che monitorano l’inquinamento generato dall’attività estrattiva. Il rapporto evidenzia come non tutti i dati delle ispezioni ambientali siano disponibili, cosa che limita la trasparenza dei controlli. Inoltre il documento sottolinea che la maggior parte delle piattaforme analizzate ha almeno un valore che eccede i limiti stabiliti per legge, sebbene tale dato possa variare da un anno all’altro.
L’impatto ambientale misurato dalla Marine Strategy Framework Directive, la direttiva varata dalla Comunità Europea e ben spiegata nel post “L’Adriatico tra trivelle e sviluppo sostenibile”, ancora una volta dà alcuni giudizi negativi sulla presenza dell’attività estrattiva nei nostri fondali.

Se le critiche sollevate dai movimenti ambientalisti generano almeno il desiderio di una maggiore trasparenza, resta comunque il fatto che il provvedimento proposto dal referendum si limiterebbe a un numero piuttosto esiguo di piattaforme. Oggi in Italia abbiamo 135 piattaforme marine da cui preleviamo gas e petrolio. I pozzi marini collocati in prossimità della costa, cioè entro il limite delle 12 miglia, sono solo 43. La risposta referendaria avrà potere di agire solo su questi. Tra l’altro solo quando scadranno le concessioni. Tutte le restanti attività estrattive in mare (e sulla terraferma) continueranno, a prescindere dal risultato del referendum.

E lo dimostra il fatto che il governo continua a raccogliere istanze per il conferimento di concessioni per l’estrazione di idrocarburi. Tuttavia lo stesso documento che elenca le istanze ricevute sottolinea come non siano state accettate tutte le richieste. Ben 27 istanze che si riferivano ad aree non conformi alla legge sono state respinte. Quattro sono le domande accolte, ancora in fase di verifica. Inoltre “eventuali impatti ambientali notevoli si possono avere solamente in caso di gravi incidenti in mare, che provochino lo sversamento di petrolio”, ha sottolineato Ezio Mesini, Presidente e docente della Scuola di Ingegneria e Architettura dell’Università di Bologna. “La maggior parte dei pozzi presenti nei nostri mari è dedicata all’estrazione di gas metano”.

Anche la struttura dei nostri pozzi petroliferi è molto diversa rispetto a quella di piattaforme che sono state al centro di gravi incidenti. “L’incidente della Deepwater Horizon nel Golfo del Messico ha coinvolto un pozzo di estrazione profondo, pari a 1500 m”, ha spiegato Mesini. “Tutte le piattaforme dell’Adriatico si trovano su fondali che vanno da poche decine di metri a poco più di 100 m”. In Adriatico abbiamo avuto solo un grave incidente negli anni Sessanta, con fuoriuscita di metano dalla piattaforma Paguro al largo di Ravenna, con conseguente incendio. “Ma essendo una fuga di gas, anche i danni ambientali non sono paragonabili a quelli di Deepwater Horizon”, ha commentato Mesini.

Altri problemi ambientali potrebbero poi essere indotti proprio in fase di sigillatura dei pozzi (chiusura mineraria), in caso di vittoria del “sì” al referendum del 17 aprile. Infatti, spiega Mesini, il metano residuo, che continuerebbe a essere presente in conseguenza del protrarsi della “vita utile del giacimento”, potrebbe rendere meno efficace l’iniezione di malta di cemento all’interno dei pozzi, una tecnica usata per isolare idraulicamente i livelli produttivi durante le operazioni di chiusura mineraria. Le operazioni di chiusura mineraria non solo sarebbero più complesse, ma potrebbero anche comportare maggiori rischi dovuti a una pressione superiore del gas non completamente esaurito. Per scongiurare i rischi che potrebbero essere legati a tutte le attività estrattive presenti nei nostri mari, anche non oltre le 12 miglia di distanza dalla costa, molto può fare proprio la ricerca.

Secondo gli scienziati che abbiamo consultato, non si evidenziano particolari criticità o allarmismi legati alle attività estrattive. Anzi, a partire dai pozzi petroliferi, la ricerca ha trovato anche le risorse per procedere con indagini di sicurezza e verifiche di controllo. Come evidenzia il Bollettino Ufficiale degli Idrocarburi e delle Georisorse, firmato dal Ministero dello Sviluppo Economico, parte delle risorse derivanti dal versamento delle royalties relative alla produzione di idrocarburi in impianti offshore è destinato ad assicurare il pieno svolgimento delle azioni di monitoraggio e contrasto dell’inquinamento marino e delle attività di vigilanza e controllo della sicurezza, anche ambientale, degli impianti di ricerca e coltivazione in mare.

dove si nota la contraddizione insita nell’istituto del referendum (in Italia, al contrario di altre nazioni occidentali, abbiamo un solo tipo di referendum), abrogativo, con quorum (50%+1 degli aventi diritto al voto). E, anche, al fatto che non si possano sottoporre a referendum trivelle che siano al di fuori delle acque nazionali (limite delle 12 miglia marine).
Anche se la citazione della Deepwater Horizon, il più famoso e recente incidente inquinante che abbia visto per protagonista una trivella, è una palese distorsione della realtà e della geografia.
L’incidente della piattaforma BP avvenne nelle acque del Golfo del Messico, mentre la maggior parte delle trivelle italiane, quasi tutte metanifere (unico barlume di verità nella citazione), sono poste in Adriatico.
Questo è il golfo del Messico
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(Deepwater Horizon era un complesso di campi estrattivi posto a sud del complesso di penisole che caratterizza il sudest della Louisiana)
e questo l’Adriatico
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A naso, e la domanda è fottutamente facile, si tratta di situazioni paragonabili?
Da una parte un mare semiaperto, con forti correnti marine; e dall’altra un mare semichiuso relativamente tranquillo.
Ma, attenzione: in caso di rottura di tubazioni o di sversamento in mare, quello più in pericolo è, date le sue caratteristiche, proprio l’Adriatico.
(secondo voi quante decine di volte ci sta l’Adriatico nel Golfo del Messico?)

Molto interessante questa testimonianza, datata 2010, sui rischi delle piattaforme petrolifere (ricordo che la maggior parte delle piattaforme marine intorno all’Italia è di tipo metanifero):

Inquinamento da trivellazione petrolifera, la parola di un esperto

Credo sia utile dare alcune informazioni tecniche riguardo alle trivellazioni petrolifere che in queste ultime settimane stanno preoccupando gli abitanti di Pantelleria.

Ho lavorato per anni a bordo delle piattaforme petrolifere in giro per il mondo. Attualmente lavoro sempre nell’ambito off-shore seppur non più nel campo petrolifero. Voglio parlare delle caratteristiche tecniche di un impianto di perforazione petrolifera al fine di dare una più precisa idea dei rischi di inquinamento che il mare di Pantelleria potrebbe avere.

Una piattaforma petrolifera, in genere, non inquina col petrolio. In anni e anni di lavoro non ho mai visto cadere una goccia di greggio in mare. L’inquinamento però c’è!

L’inquinamento è dovuto al processo che si mette in atto quando si fanno i lavori di manutenzione e/o sostituzione delle pompe che estraggono il greggio. Tali pompe, poste nel sottosuolo all’interno del giacimento petrolifero (che può anche essere a migliaia di metri sotto la crosta terrestre), di tanto in tanto devono essere sostituite, oppure diventa necessario posizionarle a profondità diverse a causa della graduale diminuzione di resa del giacimento (si va a pescare il petrolio a maggiori profondità che di solito son sempre ricche di ulteriore petrolio).

Durante queste operazioni si estrae la pompa da sostituire, da manutenzionare o da riposizionare. In tal modo, una volta estratta la pompa, si mette in contatto il giacimento petrolifero con l’atmosfera attraverso il “buco” di perforazione.
Essendo che il giacimento ha pressioni superiori a quella atmosferica diviene necessario evitare “l’eruzione” del greggio che, avendo pressioni notevolmente superiori a quella atmosferica, spontaneamente tenderebbe ad eruttare.

Per evitare ciò, si riempie la colonna (casing) che collega la piattaforma col giacimento, con il “MUD” (tradotto dall’inglese significa “fango“), ma in realtà si tratta di un mix di prodotti chimici che in certi casi hanno un elevato indice di tossicità.

In particolar modo nei pozzi petroliferi off-shore (come quelli che ci riguardano) si usa un MUD del tipo SBM (Synthetic Based Mud) costituito da oli sintetici con un certo grado di tossicità. Meno frequentemente vengono usati dei MUD del tipo OBM (Oil Based Mud) che hanno un notevole indice di tossicità. Ci sono anche MUD a base di acqua WBM (Water Based Mud). Questi tipi di MUD sono spesso usati e comunemente consistono in Bentonite con diversi additivi chimici come: Solfato di Bario, Carbonato di calcio etc..

Inoltre vengono usati in certi casi altri additivi per determinare la viscosità del MUD come ad esempio la cellulosa polianianica, il Glicole e molti altri che è inutile elencare.

Il MUD, col suo peso, crea una pressione idrostatica che vince quella di eruzione. Pertanto si evita il rischio di una eruzione spontanea che non solo inquinerebbe il mare, ma che sarebbe fatale per la gente che ci lavora su. Nella mia esperienza sulle piattaforme petrolifere in Congo, il MUD veniva non di rado disperso in mare. Esiste una procedura di recupero che teoricamente deve essere rispettata, ma a volte, a causa di perdite oppure di cattive condizioni meteo, il MUD finisce comunque disperso in mare...

L’inquinamento pertanto diviene periodicamente un fatto concreto (ossia ogni volta che si sostituisce, si manutenziona o si riposiziona una pompa). E ogni piattaforma può avere anche 20 pompe, con la conseguenza quindi di richiedere un frequente lavoro di manutenzione. La precauzione che però solo parzialmente potrebbe migliorare le cose, è quella di pompare tale MUD dentro le casse di raccolta e recupero oppure trasferirla ai Supply Vessels (rimorchiatori d?altura) che ogni piattaforma ha a disposizione 24h su 24h.

Comunque tali precauzioni sarebbero solo parziali, in quanto una certa quantità di MUD necessariamente deve finire in mare oltre che essere assorbita dal sottosuolo attraverso il giacimento? Inoltre, in situazioni di cattive condizioni meteorologiche diviene alquanto complicato fare tali operazioni coi mezzi navali (supply vessels).

Queste che vi ho dato sono solo generiche informazioni, per una maggiore presa di coscienza del problema e per chiedere di usufruire del comitato d’opinione che spontaneamente è nato a Pantelleria per proporre ai politici che tali precauzioni, seppur non totali, vengano rispettate dalla ADX Energy (compagnia che gestisce le perforazioni).

Il mio invito vuole quindi essere una proposta che, se proprio la produzione di greggio dovesse iniziare (come ahimè sembra), almeno avremmo tamponato il rischio di inquinamento se i politici (sotto anche la nostra spinta) indicassero alla compagnia petrolifera il rispetto di queste dovute precauzioni malgrado le competenze siano “internazionali” visto che le trivellazioni sono teoricamente “oltre le 13 miglia (acque internazionali)”.

Interessante quanto si legge su L’Espresso:

3. LE PIATTAFORME INQUINANO? A sostenere che le trivelle in mare sono pericolose per la salute umana e per la fauna ittica c’è un documento pubblicato di recente da Greenpeace . Il rapporto è basato su dati raccolti fra il 2012 e il 2014 dall’Ispra, su commissione dell’Eni, relativi a 34 piattaforme a gas gestite dalla compagnia nell’Adriatico. Nei sedimenti marini e nelle cozze che vivono vicino alle piattaforme sono state trovate, in alcuni casi, sostanze chimiche in quantità superiori ai limiti di legge . A questi dati ha risposto Ottimisti e Razionali, organizzazione che si batte contro il referendum ed è formata da politici o ex politici (come Gianfranco Borghini e il presidente di Assoelettrica Chicco Testa), imprenditori, giornalisti e associazioni per lo sviluppo sostenibile come Amici della Terra. Oltre a ricordare che le cozze della zona, come tutte le altre, sono sottoposte ai controlli delle Asl prima di essere messe in commercio, l’organizzazione mette in luce soprattutto due punti . Primo: i limiti di legge presi a riferimento da Greenpeace valgono per le acque che distano un miglio dalla costa, mentre le piattaforme sono più lontane e sottostanno ad altre soglie. Secondo: nelle sue relazioni l’Ispra conclude sostenendo che non ci sono criticità per l’ecosistema marino legate alle piattaforme.

4. INCIDENTI E BANDIERE BLU. Nella storia italiana si ricorda un solo grande incidente. È quello avvenuto nel 1965 al largo di Ravenna, quando la piattaforma Paguro, di proprietà dell’Eni, in fase di installazione saltò in aria causando la morte di tre persone. Non ci furono gravi danni ambientali, visto che il giacimento era di gas. Piccoli sversamenti di petrolio, tuttavia, avvengono spesso dove ci sono attività di estrazione. Lo dice un rapporto del Parlamento europeo , secondo cui solo tra il 1994 e il 2000 nel Mediterraneo (dati specifici sull’Italia non vengono forniti) ci sono stati 9.000 episodi di questo genere rilevati dai satelliti. Per dimostrare che le trivelle non recano danno all’ambiente, le società petrolifere – raggruppate sotto Assomineraria – ribattono con un dato : alle località della riviera romagnola, che ospitano circa 40 piattaforme, l’anno scorso sono state assegnate nove bandiere blu, simbolo del mare pulito.

Che è la bandiera blu?
dal sito leggiamo:

Bandiera Blu è un eco-label volontario assegnato alle località turistiche balneari che rispettano criteri relativi alla gestione sostenibile del territorio.

Obiettivo principale di questo programma è quello di indirizzare la politica di gestione locale di numerose località rivierasche, verso un processo di sostenibilità ambientale.

Quali sono i parametri di valutazione?
Ne esistono di due tipi:
1) per le spiagge
2) per gli approdi
che sono tra loro totalmente diversi.

Per esempio, a fronte di diversi parametri che le spiagge devono rispettare in materia di qualità delle acque, per gli approdi si deve sono

L’acqua dell’approdo deve essere visibilmente pulita, senza alcuna evidenza di inquinamento quali chiazze oleose, rifiuti galleggianti, scarichi o altre tracce evidenti di inquinamento

Visibilmente pulito… pertanto se vi fosse diossina (misurabile ma non visibile) quell’approdo (e il dato di Assomineraria parla genericamente di bandiere blu, senza specificare se di spiaggia o di approdo) avrebbe la tanto agognata e sospirata bandiera blu.

Per questo preferisco il vecchio Bandiera Gialla

 

Stando, invece, a Greenpeace:

Far west nei mari italiani, 100 piattaforme senza controllo

News – 31 marzo, 2016

Nei mari italiani operano circa 100 piattaforme, a gas e petrolio, del cui impatto ambientale non si ha alcuna stima, misurazione o controllo

Siamo venuti a conoscenza di questa incredibile mancanza di supervisione dell’attività delle compagnie petrolifere da una nota stampa dell’ENI, proprietaria di gran parte degli impianti.

Come siamo arrivati a questa notizia?

Ebbene, a seguito di una istanza pubblica di accesso agli atti, abbiamo ottenuto dal Ministero dell’Ambiente i piani di monitoraggio di 34 piattaforme di proprietà ENI. Avevamo però chiesto al Ministero di poter accedere ai dati di tutte le piattaforme operanti nei mari italiani, che secondo il Ministero dello Sviluppo Economico sono 135.

Abbiamo ripetutamente chiesto – e con noi anche le Regioni promotrici del referendum sulle trivelle – cosa ne fosse delle oltre 100 piattaforme e strutture assimilabili di cui non avevamo ricevuto alcun dato: il Ministero aveva deciso deliberatamente di limitare l’accesso agli atti o il problema era l’assenza di monitoraggi?

La risposta di ENI

A queste domande ha risposto ieri sera ENI, con una nota alle agenzie di stampa: “Relativamente alle ‘100 piattaforme mancanti’, per le quali secondo Greenpeace non sarebbero stati forniti i piani di monitoraggio, ENI spiega che quelle di propria pertinenza, non emettono scarichi a mare, né effettuano re-iniezione di acque di produzione in giacimento, pertanto non ci sono piani di monitoraggio prescritti e nessun dato da fornire”.

Ecco svelato il mistero, finalmente!

Insomma, i petrolieri estraggono fonti inquinanti nei nostri mari e nessuno controlla. Alla faccia della “normativa severissima” che secondo il governo regolerebbe il settore! Le attività di estrazione di gas e petrolio offshore assomigliano a un far west. L’assenza di controlli su impianti del genere è un fatto gravissimo, che conferma che il 17 aprile votare sì è l’unica possibilità per cominciare ad arginare una situazione assurda.

Riguardo alla mancata necessità di controllare le piattaforme che non re-iniettano le acque di produzione, segnaliamo il caso (portato alla luce nelle scorse ore da “S”, il mensile di Live Sicilia) di 500 mila metri cubi di acque di strato, di lavaggio e di sentina che sarebbero state iniettate illegalmente nel pozzo Vega 6, del campo oli Vega della Edison, al largo delle coste di Pozzallo. I dati relativi a questo disastro ambientale verrebbero da un dossier di ISPRA, al centro di un procedimento penale della Procura di Ragusa. Gli inquirenti ipotizzano “gravi e reiterati attentati alla salubrità dell’ambiente e dell’ecosistema marino attuando, per pura finalità di contenimento dei costi e quindi di redditività aziendale, modalità criminali di smaltimento dei rifiuti e dei rifiuti pericolosi“. Secondo ISPRA la miscela smaltita illegalmente in mare contiene “metalli tossici, idrocarburi policiclici aromatici, composti organici aromatici e MTBE” e ha causato danni ambientali e inquinamento chimico. “La natura particolare delle matrici ambientali danneggiate”, secondo ISPRA, non potrà essere riportata “alle condizioni originali”.

Ps: non vi sembra infine incredibile che ad aver chiarito l’assenza di controlli non sia stato il Ministero per l’Ambiente, pure interrogato per settimane, ma ENI?

per tacere del fatto che, stando a un nuovo report, in Italia vi è la volontà politica di mettere nel mirino le fonti rinnovabili (con la complicità di Lega Nord e Forza Italia, noti fossili della politica):

Rinnovabili nel mirino, il nostro nuovo Report

Il Governo preferisce le fonti fossili: ecco come si perdono posti di lavoro e investimenti

Che all’Esecutivo fossero care fonti energetiche sporche e inquinanti come le fossili era cosa nota. Quello che forse non tutti sanno è che i provvedimenti attuati dal governo Renzi stanno mettendo in ginocchio il fotovoltaico e l’eolico, comportando la fuga degli investimenti, la perdita di migliaia di posti di lavoro, nessun beneficio sulle bollette degli italiani.

Yelvertoft wind farm near Cranford, Northamptonshire, UK.

Vogliamo fare luce su queste scelte del Governo: nel nostro nuovo rapporto “Rinnovabili nel mirino” spieghiamo, ad esempio, che nel 2012 erano entrati in esercizio quasi 150 mila nuovi impianti fotovoltaici, mentre nel 2014, anno di insediamento del governo Renzi, i nuovi impianti entrati in esercizio sono stati appena 722.

Non va meglio con i posti di lavoro: secondo uno studio redatto da Althesys per Greenpeace, in Italia entro il 2030 si potrebbero garantire oltre 100 mila posti di lavoro nel settore delle rinnovabili – cioè circa il triplo di quanto occupa oggi Fiat Auto in Italia – mentre, al contrario, nel 2015 se ne sono persi circa 4 mila nel solo settore dell’eolico.

Renzi è riuscito a ostacolare le energie rinnovabili su tutti i fronti: cambiando in corsa accordi già sottoscritti con lo “Spalma incentivi”, modificando la tariffa elettrica per frenare il risparmio energetico e finendo per causare un aumento delle nostre bollette, bloccando i piccoli impianti domestici, specialmente quelli fotovoltaici. Insomma, mentre prometteva un “green act” mai varato e ufficialmente archiviato, Renzi è riuscito a mettere in ginocchio un settore che aveva resistito persino alla crisi economica e che nel resto del mondo crea occupazione e garantisce benefici all’ambiente e alle persone!

Come se non bastasse, aumentano gli incentivi alle fonti fossili. Secondo il Fondo Monetario Internazionale nel 2014 l’Italia si è piazzata al nono posto in Europa per finanziamenti a combustibili fossili, con 13,2 miliardi di dollari, dato in crescita rispetto ai 12,8 miliardi del 2013.

Non è questo il futuro che meritiamo, e stavolta abbiamo un modo per dirlo chiaramente ai nostri governanti: al referendum del 17 aprile votiamo Sì!

Firma il tuo impegno a fermare le trivelle e diffondi i materiali della campagna referendaria!

Per concludere:

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Trivellazioni, mafia e appalti
Ecco il nuovo mensile “S”

Articolo letto 2.677 volte
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La copertina sulle trivellazioni dell’edizione regionale del mensile “S”

#TRIVELLAZIONI- Il mensile “S” contiene uno speciale curato dal direttore Antonio Condorelli sulle trivellazioni con un dossier inedito redatto dall’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), secondo cui 500.000 metri cubi di acque contaminate da “metalli tossici, idrocarburi policiclici aromatici, composti organici aromatici e Metil-Ter-Butil-Etere” sarebbero stati iniettati in un pozzo del Campo Vega dopo l’estrazione di milioni di barili di petrolio. A gestire il Campo sott’accusa è la Edison, che -svela il mensile “S”- secondo l’Ispra dovrebbe risarcire lo Stato con 70milioni di euro. Il mensile pubblica le analisi degli esperti che smonterebbero il teorema secondo cui le trivellazioni non provocherebbero alcun danno ambientale. Spazio anche alla replica della Edison che nega la contaminazione, mentre vengono analizzati i particolari del processo, vicino alla prescrizione, che vede imputati, per questi fatti, i dirigenti Edison a Ragusa. Lo speciale trivellazioni continua con un approfondimento, curato da Roberta Fuschi, che ripercorre le ragioni del Sì e quelle del No, con interviste a politici ed esponenti dei comitati civici.

E ora andiamo oltre rispetto all’inquinamento.
E’ possibile una correlazione tra le trivelle e il cosiddetto rischio sismico indotto?
Lo so che non ci azzecca con l’inquinamento, ma o siete dei fan di Bertoles… Bertolaso oppure la connessione tra il rischio sismico indotto e l’inquinamento è logica: entrambi sono pericolosi per l’uomo.
Fortunatamente la risposta è negativa.
Anche qui partiamo da un rapporto ISPRA del 2014:

Sempre tratto dal succitato articolo di “oggiscenze”:

Il rischio sismico

Nella letteratura internazionale sono stati descritti almeno 70 casi di eventi in cui l’attività sismica è stata associata con la produzione di idrocarburi, sebbene i dati non siano sempre così certi. È quanto riportato dal rapporto ISPRA, scritto nel 2014 da una commissione di esperti, con l’intento di indagare la sismicità indotta in Italia. Il rapporto verifica la possibilità che vi sia una qualche connessione tra l’attività estrattiva sul territorio nazionale e il rischio sismico.

Il gruppo di lavoro, grazie alla rete di stazioni per la rivelazione delle attività telluriche distribuite localmente, ha potuto monitorare attività sismiche anche a bassa magnitudo. Tra le piattaforme estrattive solo un caso ha destato sospetti. “La re-iniezione di acque di strato dei giacimenti di idrocarburi nel pozzo Costa Molina 2 in Val d’Agri, è l’unico caso in cui è stata dimostrata la presenza di fenomeni di sismologia indotta, tra l’altro a bassa intensità, pari a magnitudo 2”, ha spiegato Marco Mucciarelli, Direttore del Centro Ricerche Sismologiche dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale. “In totale in Italia sono stati registrati 17 eventi di sismicità indotta, non necessariamente legati all’estrazione degli idrocarburi”, ha continuato Mucciarelli. “Una quantità irrisoria se confrontata con gli eventi naturali”.

Mucciarelli ha proseguito dicendo che perfino la zona Adriatica, la più ricca di pozzi petroliferi, ha registrato solo eventi sismici naturali, addirittura antecedenti all’installazione di piattaforme per l’estrazione degli idrocarburi, come il terremoto del 1916 a Rimini. “I terremoti indotti più preoccupanti sono quelli che avvengono in territori non sismici, come per esempio l’Oklahoma o l’Olanda dove non esistono edifici antisismici”.

Ribaltando il problema, le perforazioni hanno avuto anche una qualche utilità per aumentare la conoscenza del nostro territorio? “Le prospezioni profonde del suolo, usate per la ricerca degli idrocarburi, spesso hanno dato importanti informazioni sulla geologia del suolo”, ha spiegato Mucciarelli. “In alcuni casi, se non avessimo fatto delle sezioni sismiche non avremmo mai saputo che sotto terra c’era una faglia attiva”. In uno studio recentemente pubblicato su Natural Hazards and Earth System Science, Mucciarelli e il suo gruppo di ricerca hanno per esempio messo in relazione i pozzi improduttivi con i punti caratterizzati da faglie attive. Infatti i terremoti provocati in corrispondenza di quelle faglie potrebbero essere i responsabili della dispersione di metano, fenomeno che rende poi i pozzi non produttivi. Questo ha importanti ricadute nell’individuare faglie in grado di provocare terremoti e nell’affermare che, laddove vi è un pozzo attivo, quasi certamente non vi è pericolo di terremoti innescati dall’attività estrattiva.

Per concludere:
date le letture e i dati tra loro in contraddizione non è facile dare una lettura univoca.
Da un lato “L’impatto ambientale misurato dalla Marine Strategy Framework Directive, la direttiva varata dalla Comunità Europea e ben spiegata nel post “L’Adriatico tra trivelle e sviluppo sostenibile”, ancora una volta dà alcuni giudizi negativi sulla presenza dell’attività estrattiva nei nostri fondali” (fonte)

L’Adriatico tra trivelle e sviluppo sostenibile

di Saul Ciriaco

L’evidente divario tra quello che succede in Paesi che incentivano l’economia circolare, la riduzione delle emissioni, l’uso delle energie “pulite”, e quanto accade in Italia, dove a pur numerosi proclami green poche volte seguono concrete politiche eco-sostenibili, è stata colta molto bene da Fabio Morea nel post Italia, Paese del sole, del mare e del petrolio.

Fonte www.medtrends.org (dati Drillinginfo 2015)

Fonte www.medtrends.org (dati Drillinginfo 2015)

Il mare Adriatico, come indica la mappa, è una delle sub-regioni con la più alta concentrazione di attività estrattive di petrolio e gas. L’Italia ha 67 concessioni attive per l’estrazione e ha perforato 335 pozzi di gas e 61 pozzi di petrolio, la maggior parte dei quali proprio in Adriatico, con forti concentrazioni in Emilia Romagna. Per fare un confronto, la Croazia ha attualmente solo 3 concessioni – che coprono circa il 65% del proprio fabbisogno di gas – e, se fino all’anno scorso sembrava volesse procedere ad attivare altri contratti, il nuovo governo ha ora dichiarato di puntare sul turismo. Possibili perforazioni sono invece in previsione da parte di Montenegro e Albania.

L’impatto economico e ambientale
L’Adriatico, secondo recenti sondaggi, avrebbe riserve per 3 miliardi di barili di petrolio e 5,7×1010 metri cubi di gas. La situazione estrattiva al 2015 e quella proiettata negli anni futuri è descritta dalle figure.

Fig. a sinistra (stato attuale) - Fig. a destra (scenario futuro)

Fig. a sinistra (stato attuale) – Fig. a destra (scenario futuro)

Alle attività estrattive si aggiungono anche quelle di posa di tubature per gasdotti come TAP e ITGI che, oltre ai problemi in mare, pongono non poche questioni sull’area costiera. La combinazione che ne deriva, da un lato mette sotto pressione gli ecosistemi marini, dall’altro entra non di rado in conflitto con importanti settori economici quali turismo, trasporti, pesca etc…

Per valutare l’impatto delle attività antropiche sull’ambiente marino l’Unione Europea ha varato la MSFD (Marine Strategy Framework Directive), un’ambiziosa direttiva quadro che prende in considerazioni diversi fattori per il raggiungimento del cosiddetto GES (Good Environmental Status), definito come lo stato ecologico nel quale le acque dei mari si presentano in buono stato, pulite, sane e produttive. Per aiutare gli stati membri a capire meglio cosa sia il GES la Direttiva ha predisposto 11 descrittori qualitativi la cui compresenza è indice di un buono stato ambientale:

  1. Mantenimento della biodiversità
  2. Le specie aliene non devono alterare negativamente l’ecosistema
  3. La popolazione di specie ittiche commerciali deve essere sana
  4. Presenza di reti alimentari che garantiscono abbondanza a lungo termine e riproduzione
  5. Eutrofizzazione ridotta al minimo
  6. Funzionamento del fondale che assicuri l’integrità dell’ecosistema
  7. La modifica permanente delle condizioni idrografiche non deve influenzare negativamente l’ecosistema
  8. Le concentrazioni di contaminanti non devono produrre effetti
  9. Presenza di contaminanti nei frutti di mare al di sotto dei livelli di sicurezza
  10. I rifiuti marini non devono causare danni
  11. L’introduzione di energia (compreso il rumore subacqueo) non deve influire negativamente sull’ecosistema.

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Inquinamento chimico e sonoro
Quanto alle esplorazioni e alla produzione del settore O&G sono due le principali categorie di impatto da considerare:

  • quelle derivanti dalle operazioni di perforazione e relativi rifiuti
  • quelle derivanti da sversamenti accidentali o “operativi”.

Le forature e le esplosioni sottomarine oltre a essere potenziali fonti di disturbi geologici e danneggiare il fondale, con il loro rumore generano un inquinamento sonoro che può avere conseguenze sulla catena alimentare, con effetti negativi crescenti all’aumentare della profondità a cui si lavora. Il rumore, l’inquinamento ma anche alcune delle pratiche di esplorazione sono infatti considerate concausa di morie di cetacei, tartarughe marine, pesci e uccelli. Le sostanze chimiche utilizzate durante le operazioni di esplorazione ed estrazione contengono composti tossici che nei prossimi 25 anni rischiano di impattare anche sul consumo umano di organismi marini a causa di fenomeni di bioaccumulo e biomagnificazione.

Altri impatti sottovalutati sono quelli derivanti dall’uso di sostanze chimiche e dal rilascio di acqua inquinata. Inoltre, gli impianti offshore possono essere fonte di sversamenti acuti o lenti che vanno ad aggiungersi a quelli, noti e cospicui, causati dal traffico navale. E’ bene tener presente che negli ultimi cinquant’anni la maggior parte degli incidenti da esplosione si è verificata durante le operazioni di perforazione esplorativa, con un rischio statisticamente più rilevante con la proliferazione degli impianti off-shore. C’è inoltre da considerare che alle attività estrattive si aggiungono quelle di posa di tubature per gasdotti come TAP e ITGI che, oltre ai problemi in mare, pongono non poche questioni sull’area costiera.

La  situazione in Adriatico
La combinazione che deriva da questo insieme di fattori, da un lato mette sotto pressione gli ecosistemi marini, dall’altro entra non di rado in conflitto con importanti settori economici come la pesca e i trasporti che, ad esempio, vengono limitati dalle restrizioni alla navigazione nelle zone operative. Che dire poi dell’impatto che fenomeni di oilspill possono avere  – oltre che sugli ecosistemi – sulle spiagge dedicate al turismo?

Riassumendo, il progetto Medtrends è giunto a questi risultati sulla situazione in Adriatico, utilizzando i  descrittori della MSFD:

 Potential impacts of the oil an gas sector on GES

Potential impacts of the oil an gas sector on GES

Un’ultima riflessione andrebbe fatta sulla ricchezza specifica (numero diverso di specie animali e vegetali presenti) del  bacino Adriatico in base alla quale la CBD (Convention on Biological Diversity) lo ha identificato come un’area EBSA (Ecologically and Biologically Significant Marine Area). Come spesso accade sulla stessa area insistono interessi molto diversi e decisamente contrastanti e solo una grande capacità di pianificazione e un’approfondita conoscenza potranno consentirne uno sviluppo “sostenibile”.

mentre dall’altro abbiamo sia il problema della chiusura di pozzi non ancora esausti o “non si evidenziano particolari criticità o allarmismi legati alle attività estrattive” (a parte i metalli pesanti rilevati da ISPRA, suppongo), per chiudere sulle “royalties” sulle concessioni che dovrebbero, stando il ministero dello Sviluppo Economico (quello fino a pochi giorni fa diretto dalla ex ministra Federica Guidi), servire a monitorare e contrastare l’inquinamento marino.
Peccato non dicano che le concessioni italiane siano tra le più economiche al mondo.
E che le royalties si pagano solo se si supera una certa quota annuale di produzione:
royalties
Non per nulla, come afferma Greenpeace basandosi sui dati del Ministero dello sviluppo economico (fonte)

Il 73% delle piattaforme entro le 12 miglia dalle coste sono già da rottamare. Sono non operative, non eroganti o erogano così poco da non versare neppure un centesimo di royalties nelle casse pubbliche.

Per tacere di alcune “truffe” (alterazione dei dati), emerse nell’affaire che vede coinvolti la ex ministra Guidi e il suo compagno, nel rilevamento dell’inquinamento presso alcune trivelle ENI (fonte):

Scandalo petrolio, “dipendenti Eni scambiarono le cozze che monitorano inquinamento del mare: dati alterati”

Scandalo petrolio, “dipendenti Eni scambiarono le cozze che monitorano inquinamento del mare: dati alterati”
Giustizia & Impunità
E’ quanto emerge da alcune intercettazioni del 2014 riportate nell’ordinanza del gip di Potenza sulle attività della compagnia petrolifera
Secondo i magistrati, dipendenti dell’Eni hanno scambiato le cozze che servono a monitorare la qualità degli scarichi in mare alterando così i dati sull’inquinamento delle acque. Sulla nave “Firenze” della compagnia petrolifera, ormeggiata al largo di Brindisi, infatti, i tecnici dell’Ispra nel 2014 avevano installato gabbie con mitili (“come bio-indicatori“). Ma a causa del mare mosso, i sacchetti con le cozze si sono rotti e alcuni dipendenti della compagnia petrolifera – scrive il gip di Potenza – “omettono deliberatamente di avvertire l’Ispra” dell’accaduto e sostituiscono le cozze con “altri mitili da loro procurati, inficiando di fatto l’efficacia del controllo ambientale“.E’ uno dei passaggi contenuti nell’ordinanza che riguarda le attività dell’Eni, nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Potenza sulle attività estrattive in Basilicata legate al Centro Olio Val d’Agri di Viggiano (Potenza) dell’Eni, in cui è indagato anche Gianluca Gemelli, titolare della società I.T.S e della Ponterosso Engeneering e compagno di Federica Guidi, travolta anche lei dallo scandalo e costretta alle dimissioni da ministro dello Sviluppo Economico. Secondo il gip, due dei dipendenti Eni (oggi agli arresti domiciliari) “sono apparsi ancora una volta soggetti portatori di una significativa attitudine a incidere illecitamente sulle situazioni attraverso meccanismi di alterazione”, fino a spingersi “a situazioni artificiose destinate a ostacolare gli accertamenti”. I due dipendenti Eni, in alcune conversazioni telefoniche del 2014, ripercorrono l’accaduto, e in particolare la rottura dei contenitori: “Glielo diciamo a Ispra o no?”, “No, io sono qua con loro ma non glielo dico; io mi sto zitto e basta“, “Ce le rimettiamo, le compriamo e si rimettono”, “Eh va beh, le cozze dove le andiamo a prendere uguali?”.I mitili “dovrebbero essere successivamente e periodicamente utilizzati – precisa il gip di Potenza – al fine di rilevare un possibile inquinamento ambientale causato dalle acque reflue scaricate dalla motonave, poiché nei tessuti dei mitili si bio-accumulano gli inquinanti, come metalli e idrocarburi“. La nave infatti veniva utilizzata per “la produzione petrolifera off-shore” e “durante il periodo temporale delle intercettazioni era al largo delle coste pugliesi”.

Per tacere del fatto che, nell’inchiesta, sono indagati pure l’Ammiraglio Capo di Stato Maggiore Giuseppe De Giorgi. e l’alto dirigente della Ragioneria dello Stato Valter Pastrena (fonte)

(essere sotto indagine da parte della magistratura non significa essere colpevoli di alcunché)

Risposta veloce ai “ma i posti di lavoro” (la prima concessione in scadenza avrà termine tra 6 anni) (fonte):

Chi risponderà sì, chiederà di bloccare il rinnovo delle concessioni, quando esse scadranno. Per questo, qualora vincesse il sì, i primi effetti si avranno tra i 5 e i 10 anni. Le ultime concessioni che non potranno essere rinnovate scadranno non prima di 20 anni

Proseguiamo con due contraddizioni nel mondo ambientalista:

  1. Legambiente, la nota associazione ambientalista con forte connotazioni politiche (il si al famigerato decreto Clini), si schiera a favore del referendum (fonte)
  2. il suo ex presidente, ed attuale presidente onorario, Ermete Realacci, presidente della commissione ambiente della camera, è a favore delle trivelle, diventando il più renziano dei renziani. Tanto da esser preso per il culo da Luisella Costamagna (fonte per abbonati, fonte per tutti)
  1. L’associazione ambientalista italiana “Amici della Terra” fa parte di “Ottimisti e razionali” (il fronte pro trivelle) (fonte)
  2. (l’associazione è stata espulsa dal movimento Friends of the Earth International nel 2013, cambiando così logo ma non, purtroppo, il nome, e generando confusione)

  3. il suo omologo francese, Amis de la terre, si schiera contro, assieme ad altri movimenti (Attac, 350.org, ANV-COP21, 1000 Alternatiba e Surfrider Foundation Europe) le trivelle transalpine per arrivare il prima possibile al mantenimento dei patti COP21 come si può leggere nell’Huffington Post Francia (in francese)

Concludo con le bufale/bugie dei fautori alle trivelle, secondo “La nuova ecologia“:

Trivelle, tutte le bugie del no al referendum

Smontato punto per punto lo spot che invita all’astensionismo il 17 aprile. Perché questa battaglia non è ideologica ma concreta

@Nuovo Senso Civico
@Nuovo Senso Civico

Sarebbe sufficiente mettere a confronto la composizione del Comitato per il No con la vasta alleanza di associazioni, comitati, amministrazioni e tanti altri soggetti che hanno costituito il comitato Vota Si per fermare le trivelle per capire da che parte sta l’interesse del Paese che non può prescindere da un modello energetico pulito, rinnovabile, distribuito e democratico.

Spesso, da parte del fronte del No al referendum, si è fatto riferimento all’inutilità e all’ideologia che si nasconderebbe, a detta loro, dietro il quesito referendario, che, ricordiamolo, riguarda tutti i titoli abilitativi all’estrazione e/o alla ricerca di idrocarburi già rilasciati entro le 12 miglia marine, e interviene sulla loro data di scadenza.

Ma non si ricorda che il referendum serve a cancellare, e lo faranno i cittadini visto che il governo si è sempre distinto per una politica in favore delle fossili, un inammissibile regalo fatto alle compagnie petrolifere che oggi possono estrarre petrolio e gas entro le dodici miglia nei nostri mari, senza alcun limite di tempo. Mettere una scadenza alle concessioni date a società private, che svolgono la loro attività sfruttando beni appartenenti allo stato, dovrebbe essere previsto dalla legge. Nel nostro Paese però la politica pro trivelle messa in campo dal governo ha reso necessario una consultazione referendaria per ristabilire questo diritto.

Importante inoltre sottolineare che il percorso referendario è tutt’altro che ideologico e si è già contraddistinto per aver portato a casa risultati concreti molto importanti. In particolare con la legge di stabilità 2016 il governo è stato costretto a fare dietrofront su tre aspetti molto rilevanti:

  1. le attività di ricerca ed estrazione di gas e petrolio nel nostro Paese non sono più strategiche (lo erano diventate con l’approvazione dello Sblocca Italia a fine 2014);
  2. ha ridato voce ai territori, riportando le decisioni per le attività a terra in capo alle Regioni e agli enti locali (sempre lo Sblocca Italia aveva avocato tutte le decisioni allo Stato centrale);
  3. infine ha finalmente reso operativo il divieto a nuove attività entro le dodici miglia nel mare italiano. Un divieto previsto già dal Dlgs 128/2010 ma che i governi che si sono succeduti negli ultimi anni hanno sempre provveduto a smontare.

Rimane ora da definire l’aspetto della durata delle concessioni, come ricordato dalla Corte di Cassazione prima e Costituzionale dopo. E per questo serve il voto del 17 aprile.

Per andare a votare occorre però arrivarci con tutte le informazioni necessarie e soprattutto corrette. Proprio a partire dalla disinformazione che viaggia attraverso gli spot per l’astensionismo è utile ribadire alcune questioni, rispondendo per punti alle loro affermazioni.

1 – NON È UN VOTO CONTRO NUOVE TRIVELLE: FALSO

1 – NON È UN VOTO CONTRO NUOVE TRIVELLE: FALSO
1 – NON È UN VOTO CONTRO NUOVE TRIVELLE: FALSO

Non è vero che le nuove attività sono vietate dal 2006 (la legge è il 152/2006, ma è stata modificata nel dicembre 2015). Il divieto entro le dodici miglia è stato posto per la prima volta da un decreto del 2010 (Dlgs 128/2010) e non nel 2006, poi rimosso dal decreto sviluppo (cosiddetto decreto Passera) nel giugno 2012 (in particolare a rivedere il vincolo è l’articolo 35), quindi reso vigente e attuato (per le nuove attività e le richieste in corso) solo con la modifica alla legge di stabilità 2016). Il divieto è quindi vigente dal 1 gennaio 2016 a tutti gli effetti e solo grazie alla pressione del movimento referendario. Inoltre nuove trivellazioni sono possibili. Attualmente, la legge non consente che entro le 12 miglia marine siano rilasciate nuove concessioni, ma non impedisce, invece, che a partire dalle concessioni già rilasciate siano installate nuove piattaforme e perforati nuovi pozzi. Tra i titoli abilitativi che oggi possono godere di una durata a tempo indeterminato ci sono infatti anche diversi permessi di ricerca, alcuni dei quali già in fase esplorativa e in attesa di trasformarsi in vere e proprie concessioni di coltivazione del giacimento (uno su tutti Ombrina mare di fronte la costa abruzzese). Un esempio concreto è dato dal caso di VegaB, la nuova piattaforma prevista nel canale di Sicilia, nell’ambito di una concessione già esistente (dove già opera la piattaforma VegaA) e posta meno di 12 miglia da un’area protetta. Tale piattaforma, se vince il NO molto probabilmente sarà realizzata, proprio per arrivare a fine vita del giacimento. Se vince il Si invece il titolo andrebbe a scadenza nel 2022, e quindi non ci saranno i tempi per realizzare il nuovo impianto. Una vittoria del SI in Sicilia avrebbe quindi un notevole risultato.

2 – LE PIATTAFORME SONO UN’ECCELLENZA DI TECNOLOGIA, SICUREZZA E NON HANNO IMPATTI SUL MARE E SULL’AMBIENTE – FALSO

2 – LE PIATTAFORME SONO UN’ECCELLENZA, NON HANNO IMPATTI - FALSO
2 – LE PIATTAFORME SONO UN’ECCELLENZA, NON HANNO IMPATTI – FALSO

Le piattaforme sono delle attività industriali a tutti gli effetti con tutti gli impatti e i rischi connessi. Non si può parlare di attività a impatto zero. Oltre il rischio di incidenti (falso dire che è impossibile visti anche i diversi casi in giro per il mondo, vedi articolo), ci sono poi gli impatti nelle attività di routine. Le attività di ricerca e di estrazione di idrocarburi possono avere un impatto rilevante sull’ecosistema marino e costiero. L’attività stessa delle piattaforme (a prescindere che siano di gas o petrolio) possono rilasciare sostanze chimiche inquinanti e pericolose nell’ecosistema marino, come olii, greggio (nel caso di estrazione di petrolio), metalli pesanti o altre sostanze contaminanti (anche nel caso di estrazione di gas), con gravi conseguenze sull’ambiente circostante. Anche la ricerca del gas e del petrolio, che utilizza la tecnica dell’airgun (esplosioni di aria compressa), incide in particolar modo sulla fauna marina e su attività produttive come la pesca che potrebbe registrare una diminuzione del pescato fino al 50%. Senza considerare che i mari italiani sono mari “chiusi” e un eventuale incidente – nei pozzi petroliferi offshore e/o durante il trasporto di petrolio – sarebbe fonte di danni incalcolabili. In particolare è importante sottolineare come secondo il Piano di pronto intervento nazionale per la difesa da inquinamenti di idrocarburi o di altre sostanze nocive causati da incidenti marini di Ispra, le varie tecniche di rimozione delle sostanze sversate consentirebbero di recuperare al massimo non più del 30% del totale. Infine da non sottovalutare, nella zona dell’Alto Adriatico è il fenomeno della subsidenza. L’estrazione di gas sotto costa, anche se non è l’unica causa di tale fenomeno, resta il principale fenomeno antropico che causa la perdita di volume del sedimento nel sottosuolo generando un abbassamento della superfice topografica. La subsidenza aumenta inoltre l’impatto delle mareggiate e delle piene fluviali, favorendo l’erosione costiera, con perdita di spiaggia ed effetto negativo sulle attività turistiche rivierasche.

3 – CHIUDERE LE PIATTAFORME VUOL DIRE MAGGIORI IMPORTAZIONI DA RUSSIA E PAESI ARABI E MAGGIORE TRAFFICO DI NAVI PETROLIERE E GASIERE – FALSO

3 – CHIUDERE LE PIATTAFORME VUOL DIRE MAGGIORE TRAFFICO PETROLIERE- FALSO
3 – CHIUDERE LE PIATTAFORME VUOL DIRE MAGGIORE TRAFFICO PETROLIERE- FALSO

Il contributo delle attività entro le dodici miglia, pari al 3% dei nostri consumi di gas e meno dell’1% di petrolio, risultano alquanto inutili ai nostri fini energetici. Un contributo che è abbondantemente compensato dal calo dei consumi in atto da diversi anni (- 22% di gas e -33% di petrolio negli ultimi 10 anni. Se poi entriamo nel dettaglio della produzione nazionale scopriamo che non solo i consumi di gas in questi ultimi 10 anni sono diminuiti, ma anche la produzione nazionale si è ridotta del 43%. È un settore che negli ultimi decenni ha molto ridotto la sua attività (ICONA_documenti VEDI mappa ). Difficilmente chiudendo queste attività, che comunque arriverebbero al termine previsto dalla concessione come prevedeva la normativa fino a fine 2015, ci sarà un incremento di traffico di navi per il trasporto di idrocarburi. Importante sottolineare inoltre come questa affermazione sia poco fondata, dal momento che già oggi il gas venga trasportato (importato o esportato) prevalentemente attraverso i tubi dei gasdotti e non via mare e che già oggi il petrolio estratto dalle piattaforme (presenti prevalentemente entro le dodici miglia marine) viene trasportato a terra tramite oleodotti e da qui il più delle volte caricato sulle petroliere per essere trasportato agli impianti di raffinazione e trattamento. Tutto questo traffico sarebbe eliminato.

 4 – IL 65% DEL GAS VIENE DALLE PIATTAFORME IN MARE, NON È VERO CHE PARLIAMO DI “POCA COSA” – FALSO

4 – IL 65% DEL GAS VIENE DAL MARE, NON È VERO CHE E' “POCA COSA” - FALSO
4 – IL 65% DEL GAS VIENE DAL MARE, NON È VERO CHE E’ “POCA COSA” – FALSO

Le piattaforme soggette a referendum (entro le dodici miglia) oggi producono il 27% del totale del gas e il 9% di greggio estratti in Italia. La produzione delle piattaforme attive entro le 12 miglia nel 2015 è stata di 542.881 tonnellate di petrolio e 1,84 miliardi di Smc (Standar metri cubi) di gas. I consumi di petrolio in Italia nel 2014 sono stati di circa 57,3 milioni di tep (ovvero milioni di tonnellate) e quindi l’incidenza della produzione delle piattaforme a mare entro le 12 miglia è stata di meno dell’1% rispetto al fabbisogno nazionale (0,95%). Per il gas i consumi nel 2014 sono stati di 50,7 milioni di tep corrispondenti a 62 miliardi di Smc; l’incidenza della produzione di gas dalle piattaforme entro le 12 miglia è stata del 3% del fabbisogno nazionale. Un contributo da subito compensato dal calo dei consumi e dallo sviluppo delle fonti rinnovabili. (ICONA_documentiVEDI APPROFONDIMENTO). Anche la fase di transizione, tanto utilizzata da chi difende le piattaforme di estrazione di gas, potrebbe essere già oggi compensata dall’utilizzo di biometano. Infatti già oggi si produce elettricità in Italia con impianti a biogas che garantiscono il 7% dei consumi. Ma il potenziale per il biometano, ottenuto come upgrading del biogas e che può essere immesso nella rete Snam per sostituire nei diversi usi il gas tradizionale, è in Italia di oltre 8miliardi di metri cubi. Ossia il 13% del fabbisogno nazionale e oltre quattro volte la quantità di gas estratta nelle piattaforme entro le 12 miglia oggetto del referendum.

5 – LE FONTI RINNOVABILI SONO BELLE, MA COSTANO IN BOLLETTA E OGGI NON SONO UNA REALTÀ – FALSO

5 – RINNOVABILI COSTANO IN BOLLETTA E NON SONO UNA REALTÀ - FALSO
5 – RINNOVABILI COSTANO IN BOLLETTA E NON SONO UNA REALTÀ – FALSO

Le rinnovabili non sono solo belle, ma hanno permesso di ridurre drasticamente il prezzo dell’energia elettrica portando concorrenza nel mercato. Il 40% di energia prodotta ha fatto crollare il prezzo come mai al mercato dell’energia e dovremmo ringraziarle per questo. Oggi il solare potrebbe andare avanti anche senza incentivi (che in Germania ci saranno fino al 2024) basterebbe aprire all’autoproduzione e alla distribuzione locale da FER, che però in Italia è tassata e vietata. Inoltre le rinnovabili oggi sono sempre più efficienti, mature e rappresentano la prima voce di investimento nel mondo. Non solo il solare ha ridotto il costo ad un decimo di dieci anni fa ma nei prossimi anni è previsto che si ridurrà ancora, insieme a quello delle batterie. Se non fosse matura e affidabile, perchè Enel sta investendo sul solare in tutto il mondo? Chi guarda da un altra parte condanna il proprio Paese. Alcuni numeri: Negli ultimi dieci anni le fonti rinnovabili hanno contribuito a cambiare il sistema energetico italiano. Complessivamente coprono il 40% dei consumi elettrici complessivi (nel 2005 si era al 15,4) e il 16% dei consumi energetici finali (quando nel 2005 eravamo al 5,3%). Oggi l’Italia è il primo Paese al mondo per incidenza del solare rispetto ai consumi elettrici (ad Aprile 2015 oltre l’11%), e si è sfatata così la convinzione che queste fonti avrebbero sempre e comunque avuto un ruolo marginale nel sistema energetico italiano e che un loro eccessivo sviluppo avrebbe creato rilevantissimi problemi di gestione della rete. A impressionare sono da un lato i numeri della produzione da fonti rinnovabili passata in tre anni da 84,8 a 118 TWh, e dall’altro quelli di distribuzione degli impianti da fonti rinnovabili: circa 800mila, tra elettrici e termici, distribuiti nel territorio e nelle città. Attraverso il contributo di questi impianti, e il calo dei consumi energetici, l’Italia ha ridotto le importazioni dall’estero di fonti fossili, la produzione dagli impianti più inquinanti e dannosi per il Clima (nel termoelettrico -34,2% dal 2005) e si è ridotto anche il costo dell’energia elettrica. Per chiudere sfatiamo un altro mito, ovvero che le rinnovabili le paghiamo care in bolletta. Gli incentivi alle rinnovabili pesano per lo 0,3% nel bilancio di una famiglia media italiana. Per fare un esempio, la spesa per il riscaldamento “pesa” il 5,2%. Oltretutto, questa voce può essere ridotta in maniera realmente significativa fino a quasi azzerarla come nelle case in Classe A o come prevedono le Direttive Europee. Eppure il dibattito politico e le stesse scelte dei Governi si sono concentrate sull’aumento dallo 0,2 allo 0,3% della prima componente e non sulla possibilità di far risparmiare alle famiglie 1.000-1.500 euro all’anno.

6 – IL SI AL REFERENDUM FAREBBE PERDERE CIRCA 11 MILA POSTI DI LAVORO DIRETTI E 21 MILA DI INDOTTO – FALSO

6 – IL SI FA PERDERE CIRCA 11 MILA POSTI DI LAVORO DIRETTI E 21 MILA DI INDOTTO - FALSO
6 – IL SI FA PERDERE CIRCA 11 MILA POSTI DI LAVORO DIRETTI E 21 MILA DI INDOTTO – FALSO

Assomineraria parla di 13mila occupati nel settore estrattivo in tutta Italia (tra attività a terra e a mare (dentro e fuori le dodici miglia) e 5mila posti di lavoro a rischio con il referendum. Il ministro Galletti fa riferimento alla cifra di 10mila posti di lavoro in meno e la Filctem Cgili sostiene che i lavoratori che rimarrebbero a casa sono 10 mila solo a Ravenna e in Sicilia. Le stime ufficiali riguardanti l’intero settore di estrazione di petrolio e gas in Italia (fonte Isfol – Ente pubblico di ricerca sui temi della formazione, delle politiche sociali e del lavoro) parlano invece di 9mila impiegati in tutta Italia e di un settore già in crisi da tempo. Elemento quest’ultimo molto importante. Infatti chi paventa la perdita di posti di lavoro per colpa del referendum non dice che il settore dell’estrazione di gas e petrolio è già in crisi nel mondo e in Italia da diversi anni, indipendentemente dal referendum. A dimostrarlo i rapporti del settore degli ultimi anni a livello nazionale e internazionale o il tavolo di crisi aperto presso la regione Emilia Romagna, già prima dell’istituzione del referendum . Ad esempio secondo l’ultimo rapporto della società di consulenza Deloitte, il 35% delle compagnie petrolifere a causa del crollo del prezzo del petrolio è ad alto rischio di fallimento nel 2016, con un debito accumulato complessivamente di 150 miliardi di dollari. Nessuno si preoccupa infine di dire che l’unico modo per garantire un futuro occupazionale duraturo a queste persone è quello di investire in innovazione industriale e in una nuova politica energetica. Negli ultimi decenni si è avuta una consistente diminuzione della produzione da piattaforme in mare senza alcuna strategicità energetica, economica ed occupazionale. Al contrario il settore delle rinnovabili e dell’efficienza potrebbero generare almeno 600mila posti di lavoro. 100mila al 2030 nel solo settore delle energie rinnovabili – cioè circa il triplo di quanto occupa oggi Fiat Auto in Italia – mentre, al contrario, nel 2015 se ne sono persi circa 4 mila nel solo settore dell’eolico, 10mila in tutto il settore. Infine è bene ricordare che il referendum serve per abrogare una norma che è stata introdotta dal governo il 1 gennaio di quest’anno con l’ultima Legge di Stabilità. Fino al 31 dicembre 2015 le concessioni avevano durata massima di 30 anni, con un vincolo temporale come qualsiasi altra forma contrattuale. Questo è quanto il Referendum del 17 Aprile intende ripristinare e per questa ragione risulta incomprensibile che una vittoria del SI possa causare la perdita anche di un solo posto di lavoro.

7. I SOLDI DEGLI IDROCARBURI VANNO IN SVILUPPO, RICERCA E RINNOVABILI – FALSO

7. I SOLDI DEGLI IDROCARBURI VANNO IN SVILUPPO, RICERCA E RINNOVABILI - FALSO
7. I SOLDI DEGLI IDROCARBURI VANNO IN SVILUPPO, RICERCA E RINNOVABILI – FALSO

Per promuovere e far sviluppare il settore delle rinnovabili nel nostro Paese servono politiche concrete che puntino su queste, al contrario di quanto fatto fino ad ora. Infatti lo sviluppo delle rinnovabili è stato bloccato da tutti gli ultimi Governi e in particolare da quello in carica (ICONA_documentiLEGGI IL DOCUMENTO). Ci sono diversi esempi, primo tra tutti la Basilicata, che dimostrano la falsità di questa affermazione ( ICONA_documentiQUI IL DOSSIER SUL PETROLIO IN VAL D’AGRI) e di come non ci siano grandi esempi di investimenti nel settore industriale, nell’innovazione e nelle fonti rinnovabili nei territori maggiormente coinvolti dalle attività petrolifere. Ma è bene chiarire anche un altro dato. Oggi il settore dell’estrazione di petrolio e gas in Italia riceve sussidi diretti e indiretti dallo Stato che ammontano a circa 2,1 miliardi di euro all’anno, godendo di diversi privilegi che non sono dati ad altri comparti industriali nel nostro Paese (esenzioni, agevolazioni fiscali, royalties molto vantaggiose). come testimonia il ICONA_documentiDOSSIER STOP SUSSIDI ALLE FONTI FOSSILI. Senza contare che la normativa italiana prevede per il petrolio che le prime 20mila tonnellate estratte in terraferma e le prime 50mila tonnellate estratte in mare siano esenti dal pagamento di aliquote. Delle 26 concessioni che sono state produttive nel 2015 oggetto del referendum solo 9 pagano le royalties. Tutte le altre nel 2015 hanno estratto un quantitativo minore della franchigia, beneficiando quindi dell’esenzione del pagamento delle royalties stesse.

Il tutto tacendo delle opportunità di investimento e occupazionale, di ricerca scientifica e tecnologica, avrebbe una decisa virata verso le fonti alternative (solare, eolico, marino, idrogeologico, geotermico, biomasse) avrebbe se ci muovessimo e schiodassimo il culo dal fossile (petrolio, gas naturale, carbone).
Visto che, altrove, dove si fanno i Piani Energetici Nazionali, questa svolta è concreta:
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mentre da noi
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