Ragionando sull’articolo 67

L’articolo 67 della Costituzione stabilisce che l’eletto deve avere assoluta libertà d’azione, ma io lo trovo sbagliato: tutti i parlamentari devono rispondere del loro comportamento solo e soltanto con gli elettori e gli italiani tutti. Ed ora è possibile, dobbiamo controllare il loro lavoro molto ma molto da vicino.
Perché, se da un lato è giusto che il rappresentante del popolo (perché, poche balle, è questo che è il parlamentare. Egli non deve essere lo strumento di un particolarismo, politico od affaristico-industriale, ma essere il rappresentante di tutti gli abitanti del suo collegio elettorale) non abbia vincoli di mandato; è altrettanto ingiusto che egli non abbia nessuno a cui rispondere del suo operato.

Non il partito, che può esser cambiato con la stessa facilità con cui si cambiano le mutande; non il collegio elettorale, dopotutto ci si può candidare in più collegi o dove non si è residenti, che trovo un abominio totale: nulla. Semidei ce non rispondono a nulla se non alla loro coscienza, quando e se ce l’hanno.

No, non ce l’ho con minus habens come Razzi, dopo tutto la madre degli idioti è sempre pregna e non abortisce mai. Ce l’ho con i parlamentari del PD che hanno votato la fiducia al governo dell’inciucio, al grande Lettone matrimoniale dove gli interessi precipui di PD (MPS, Penati & Co.) e PDL (Silvio Berlusconi) hanno la meglio su quelli del paese: occupazione, PMI, cassa integrazione, eccetera (ad elencarli tutti non mi basterebbe una vita).

Nel primo caso serve un sistema elettorale proporzionale con liste composte solo da persone viventi nel collegio da almeno 10 anni, e con la posssibilità di esprimere una preferenza nominale all’interno della lista
Nel secondo una riforma elettorale che è maggioritaria, uninominale e a turno unico; nel quale si sfidano persone residenti nel collegio da almeno 10 anni.

Serve anche un ulteriore passaggio: l’eletto deve mantenere la fiducia degli elettori, i quali devono essere periodicamente chiamati ad esprimere un parere sul suo operato e i quali, se è il caso, gliela possono revocare.

Serve un ulteriore e definitivo passaggio: passare da membri di tante, piccole “corporazioni” (artigiani, imprenditori, commercianti, disoccupati, occupati a tempo parziale, occupati a tempo pieno, studenti, eccetera) a cittadini consci del proprio volere e del proprio posto. In una parola: italiani.