E’ l’ora di guardare l’ISIS che è dentro di noi

«Noi siamo l’Is». Una sorprendente affermazione? Eppure questo era il titolo di un recente articolo scritto dall’ex ministro kuwaitiano dell’informazione, Saad bin Tafla al Ajami, e pubblicato dal giornale del Qatar Sharq .

In esso non si celebrava affatto lo stato islamico dell’Iraq e del Levante, né le atrocità che sta commettendo contro i civili e le minoranze in Iraq e Siria. Ci ricordava invece che l’Is, che pure viene condannato dalla maggior parte dei musulmani, è il prodotto di un discorso religioso islamico che ha dominato la nostra sfera pubblica negli ultimi decenni, un discorso che potremmo definire mainstream !

E ha insistito: «L’Is non è venuto da un altro pianeta. Non è un prodotto dell’Occidente infedele o dell’Oriente che fu. No! L’innegabile verità è che l’Is ha studiato nelle nostre scuole, pregato nelle nostre moschee, utilizzato i nostri media, che ha letto i nostri libri e le nostre fonti, ha seguito le fatwe (editti religiosi) che abbiamo prodotto».

Ajami ha ragione. Sarebbe facile sostenere che l’Is non rappresenta il corretto insegnamento dell’Islam. Io credo che l’Islam sia ciò che noi, esseri umani, ne facciamo.

E credo anche che qualsiasi religione possa essere un messaggio di amore o una spada al servizio dell’odio a seconda dell’uso che i credenti ne fanno.

Ma resta il fatto che le azioni dell’Is si avvalgono di una copertura ideologica radicata da tempo. Una copertura che viene dalle moschee che maledicono “i crociati cristiani”, gli “Ebrei” e i miscredenti in ogni sermone del venerdì. Da figure religiose che ci salutano ogni giorno in programmi televisivi, predicando un messaggio di odio e intolleranza contro gli “altri”, indipendentemente da chi siano questi “altri”. Dalle scuole che ci insegnano che la morte è la pena per chi si converte dall’Islam ad altre religioni; che cristiani ed ebrei sono “popolazioni protette”, nel senso che dovrebbero pagare una tassa per essere lasciate in pace e in caso contrario essere combattute. Il destino dei seguaci di “altre religioni” resta invece nel “non detto”, ma possiamo leggerlo tra le righe.

Questi “maestri” non ci hanno mai insegnato che un cittadino ha il diritto di scegliere la propria religione, o che un cittadino è uguale davanti alla legge, indipendentemente dalla religione o dalle convinzioni personali.

L’Is è il prodotto del nostro discorso religioso corrente. E’ il prodotto di un processo politico, iniziato con l’aumento del carico ideologico dell’Islam politico, diffuso dal 1973 grazie ai soldi delle monarchie petrolifere del Golfo e alla rivoluzione iraniana, nel 1979. L’Is è il prodotto di una strategia politica. I capi di stato che sfruttano il fenomeno dell’Islam, avallano certi gruppi islamici, piuttosto che altri e stringono alleanze con loro. Il loro obiettivo è politico: legittimare la loro regola in senso religioso e/o delegittimare quella dei loro oppositori.

L’Isis è anche il prodotto di un fallimento politico. Gli Stati non riescono ad adempiere al compito loro assegnato dal contratto sociale, sono incapaci di garantire ai loro cittadini servizi essenziali quali la sanità, la formazione, l’assistenza sociale. I gruppi islamisti, foraggiati con montagne di denaro, offrono servizi confezionati in funzione della loro visione ideologica del mondo. Ma davvero adesso ci stupiamo che abbia adoperato alla lettera le parole della nostra religione?

Senza riconoscere le nostra responsabilità, andremo avanti come al solito. Nelle moschee si continuerà a maledire l’ebrei, cristiani e infedeli ogni venerdì. I predicatori continueranno a propinarci il loro messaggio di intolleranza. E le scuole continueranno a insegnarci che la religione è il principale indicatore di identità e di cittadinanza.

Ma adesso fate un attimo di pausa e chiedetevi: quante donne sono state uccise in nome della nostra religione ultimamente? E quanti pachistani, cristiani o amadiyya, sono stati presi di mira? Quante chiese sono state attaccate in Indonesia e Nigeria? Quanti sono i copti egiziani sfrattati dai loro villaggi? E quanti le loro case e negozi incendiati? Quanti sunniti sono stati uccisi da sciiti? E quanti sciiti sono stati uccisi da sunniti? Quanti seguaci bahai sono stati brutalmente soppressi in Iran? E quanti cittadini britannici hanno aderito all’Is?

Sarebbe più facile guardare dall’altra parte. Ma se continuiamo a incolpare gli altri, se restiamo inerti e silenti, saremo noi, e nessun altro, a permettere che la nostra religione sia letteralmente sequestrata da questa interpretazione fondamentalista.

L’Is è dentro di noi. È il momento di affrontarlo.

gmablogbio_drelhammanea

versione originale
traduzione in italiano de Il Secolo XIX
Piccola considerazione personale: perché ce la si prende tanto con certi terroristi e non con altri?
Perché, per me, Giovanardi, per esempio, non ha nulla di diverso da altri fanatici.